La ricetta antipanettiere per salvare la Sinistra

 25 aprile 2010

Nichi Vendola, una delle poche icone vincenti delle recenti consultazioni regionali, ha decretato la morte dei partiti insieme alla propria incapacità di fare miracoli per resuscitarli. Di sicuro non si riferiva alla funzione democratica affidata dalla nostra Costituzione alla libertà di associazione, ma piuttosto agli attuali partiti sempre più litigiosi, verticisti e sostanzialmente privi di una strategia politica di lungo cabotaggio. Il problema riguarda la nostra Silvi così come l’intero territorio nazionale e soprattutto riguarda lo schieramento
di centro-sinistra, dato che a destra le dinamiche politiche hanno ben poco da spartire con la democrazia. A mio modesto avviso il problema è squisitamente politico, e non si tratta solo di un problema di comunicazione. Come sosteneva il vecchio Nenni, la politica è fondamentale nei momenti di crisi: politique d’abord, che tradotto dal francese praticamente significa ridare un senso alla politica, e non solo alla propria storia. Spero di aver capito bene, spero che il compagno Nichi abbia voluto intendere solo questo: gli attuali partiti vanno riformati (magari attuando finalmente l’art. 49 della carta costituzionale) per eliminare quei personalismi che ad ogni livello conducono alla perniciosa concorrenza politica tra i bacini elettorali più contigui. Il discorso sembra riguardare elettivamente il centro-sinistra, in quanto nello schieramento avversario appare evidente che il padre padrone possieda tuttora ampie risorse economiche o di altra natura per mettere a tacere i latenti dissensi interni. Dunque qual è il principale problema politico della sinistra? Certo quello di preparare una seria alternativa credibile a un panettiere che sforna partiti a ciclo continuo dall’alto del suo predellino. In primo luogo appare urgente la costruzione di un progetto politico plurale, ma omogeneo e coerente con i programmi liberamente sottoscritti, in secondo luogo la scelta di un autorevole candidato premier largamentecondiviso dalla base, da  contrapporre al maturo e immarcescibile panettiere. Per quanto riguarda la prima questione tanti Italiani, forse la loro maggioranza, coltivano da sempre il sogno motivante di una nuova narrazione politica, in grado di contrastare efficacemente l’egemonia elettorale della destra, in vista di una chiara prospettiva di governo. Cosa che il Pd non potrà mai fare da solo. Allora che fare? La prima soluzione, quella più semplice e immediata, mi sembra la costituzione di un consistente nucleo riformista e di governo composto da Pd, Idv, SEL  ed altre formazioni minori eventualmente disponibili, da organizzare sotto forma di federazione (o almeno come una specie di no fly zone). Laddove il termine riformismo possa recuperare il suo significato originario che gli deriva dalla storia con la esse maiuscola del movimento operaio. Il patto federativo dovrebbe invece prevedere: la consultazione permanente sulle decisioni politiche da prendere ad ogni livello istituzionale; una strategia referendaria comune per cancellare le leggi-vergogna dell’attuale governo (compreso l’ignobile porcellum); l’impegno inderogabile di presentarsi coalizzati in tutti gli appuntamenti elettorali futuri. In altre parole si tratterebbe solo di coniugare insieme alcuni valori comuni: il mondo del lavoro e delle pensioni, la difesa dello stato sociale e della Costituzione, la giustizia uguale per tutti, la laicità dello stato, la libertà d’informazione e (perché no?) anche una sana dose di orgoglioso antiberlusconismo, inteso come ripudio di un modello sociale e culturale che sta portando rapidamente l’Italia sull’orlo del precipizio. In questo modo la futuribile coalizione alternativa di governo potrebbe contare su una base elettorale di partenza all’incirca del 40% e avrebbe potenzialmente presidiato l’elettorato del centro progressista con il Pd, in qualche modo quello della destra legalitaria con l’Idv, e infine l’emergente sinistra possibile con SEL, in attesa di altri contributi compatibili con i principi poco sopra esposti. Da questo discorso dovrebbe ovviamente restare lontano quel pezzo di sinistra che preferisce la sterile protesta alla responsabilità delle difficili scelte da prendere quando si ottiene la fiducia della maggioranza dei cittadini. Per quanto riguarda il secondo punto, quello di scegliere un candidato premier autorevole, popolare e condiviso, la soluzione più logica sembra quella delle già collaudate primarie di coalizione, una competizione civile magari da organizzare secondo il modello originale americano: una regione ogni mese, in modo da tenere sempre accesi i riflettori dei mass-media. Se poi alla fine per assurdo dovesse vincere un outsider come Obama, magari un Vendola, un Grillo o un De Magistris, gli amici e compagni del Pd se ne farebbero certamente una ragione. In fin dei conti le primarie le hanno inventate (o meglio le hanno importate) proprio loro…

Roberto Costantini

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Categorie: comune di Silvi, politica

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